La storia della rievocazione

Passata la grande paura dell’anno mille, dove per la credenza popolare si pensava che in quell’anno sarebbe avvenuta la fine del mondo e l’inizio del giudizio universale, tutto il mondo cristiano veniva percorso da un vento di rinnovamento economico e culturale; anche Firenze, città a quel tempo di circa 5000 abitanti, si ingrandisce, si abbellisce di superbi monumenti e conosce per breve tempo benessere e prosperità. Ospita Imperatori (Enrico III) e Pontefici (Niccolò II). Nell’anno 1055 Enrico la dichiara città dell’Impero, ma entro le sue mura si agita discordia e serpeggia lo scisma. I vescovi, forti per i privilegi accordati dall’Imperatore e ricchissimi per le donazioni fatte loro dai vari signori, principalmente dal Marchese Ugo di Toscana e da sua madre Willa, fondatrice della Badia Fiorentina, sono divenuti superbi, avidi, lussuriosi; le loro ricchezze diventano patrimonio familiare, i loro Uffici si comprano e si vendono a suon di monete d’oro.

Un giovane monaco, Giovanni Gualberto, nato si pensa nel 995, animato da grande spirito riformatore lancia invettive contro il fiorentino vescovo Atto, accusandolo di avere ottenuto la cattedra di San Zanobi con il pagamento di molte libbre d’oro. Ma i tempi non sono maturi, il popolo si solleva in difesa del Vescovo e Giovanni Gualberto è costretto a fuggire, ponendosi in salvo nel solitario eremo di Vallombrosa, qui raccoglie intorno a se una folta schiera di fedeli e bandisce la riforma benedettina, fondando l’ordine dei Vallombrosani, riforma già annunciata dai Benedettini francesi di Cluny. Ora, Giovanni Gualberto, forte di numerosi seguaci, sostenuto da San Piero Damiani, fervente apostolo della riforma del Clero, nonché dal monaco Ildebrando da Sovana, il futuro Gregorio VII, accusa di simonia e di concubinaggio l’arcivescovo fiorentino Pietro Mezzabarba da Pavia, succeduto al vescovo Atto e, a furor di popolo, invoca il “Giudizio di Dio” anche se ostacolato dal parere contrario di San Piero Damiani.

Un umile fraticello della Badia di Settimo, Pietro, che sarà, dopo la prova del fuoco, nominato Abate del convento di Fucecchio e poi cardinale e vescovo di Albano e passerà alla storia come San Pietro Igneo, il giorno 13 febbraio 1068 passò indenne fra le fiamme provocate da due cataste di legno infuocate. Si gridò al miracolo, il vescovo Pietro venne deposto, Giovanni Gualberto ottenne il trionfo e continuò la sua opera di grande riformatore. Morirà, in odore di Santità, nel monastero di Passignano nel Chianti il 12 luglio 1073.

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